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Tassi: con la fiammata dei prezzi BCE e Fed verso nuovi rialzi
Su entrambe le sponde dell’Atlantico all’orizzonte una politica monetaria restrittiva più a lungo. La BCE e la Fed dovranno bilanciare il controllo dell’inflazione con la tutela della crescita economica. Se i prezzi continueranno a salire, il costo del denaro potrà restare elevato a lungo.
L’aumento delle pressioni inflazionistiche riporta al centro dell’attenzione dei mercati finanziari le politiche monetarie delle principali Banche centrali. Se i prezzi continueranno a salire, soprattutto a causa dei rincari energetici e della persistente forza della domanda, secondo gli esperti aumenteranno le probabilità che la Banca centrale europea (BCE) e la Federal Reserve statunitense (Fed) tornino ad alzare i tassi di interesse entro la fine del 2026. In Europa, i segnali sono già evidenti. Secondo i dati preliminari di Eurostat, l’inflazione dell’area è salita al 3,8% a settembre dal 3,2% di agosto, superando le attese (ferme al 3,6%). Anche l’inflazione di fondo, che esclude energia e alimentari, è aumentata leggermente, passando dal 2,4% al 2,5%.
Nell’Eurozona le pressioni sono sempre più evidenti
Da questa parte dell’Atlantico a preoccupare è soprattutto l’accelerazione dei prezzi energetici, cresciuti del 18,8% su base annua. L’inflazione ha ripreso a salire anche in Italia, dove ha raggiunto il 4,1% rispetto al 3,2% di agosto. Secondo Michael Field, responsabile della strategia per i mercati europei di Morningstar, il dato dell’Eurozona rende probabile che il rialzo dei tassi deciso a settembre non sia l’ultimo di quest’anno. I mercati finanziari, infatti, attribuiscono una probabilità vicina al 70% a un nuovo aumento di 25 punti base da parte della BCE nella riunione in calendario il prossimo dicembre.
Stati Uniti, la Fed teme un’inflazione persistente
Anche negli Stati Uniti cresce l’attenzione sulle prospettive dei prezzi. Il problema, secondo George Brown, senior economist di Schroders, non riguarda soltanto l’energia: un’inflazione di fondo superiore alle attese segnala infatti che le pressioni interne sull’economia potrebbero consolidarsi, anziché attenuarsi. I verbali della riunione di settembre della Fed confermano questa preoccupazione. D’altronde la maggior parte dei funzionari ritiene probabile un ulteriore rialzo dei tassi entro fine anno, pur sottolineando che le decisioni dipenderanno dai dati in arrivo. Il quadro resta complesso: l’economia Usa continua a mostrare una buona capacità di crescita e il mercato del lavoro rimane solido.
I recenti dati sui servizi, osserva Warren Hyland, gestore di Muzinich & Co., indicano un’attività ancora sostenuta e una crescita dei prezzi pagati dalle imprese ai massimi dal 2022. Una domanda robusta, investimenti nell’IA e spesa pubblica possono sostenere l’economia, ma rischiano anche di mantenere alta l’inflazione, costringendo la Fed a conservare una politica monetaria restrittiva più a lungo.
Obbligazioni sotto pressione e crescita a rischio
Intanto le aspettative di tassi più elevati stanno alimentando le tensioni sui mercati, soprattutto quelli obbligazionari. I rendimenti in aumento significano infatti maggiori costi di finanziamento per Governi, imprese e famiglie, con possibili conseguenze sugli investimenti e sui consumi. Gli investitori, come osserva Muzinich & Co., devono quindi confrontarsi con tre rischi collegati: una nuova accelerazione dell’inflazione, il costo crescente del debito e la tenuta della crescita economica.
Le prossime mosse delle Banche centrali
Per BCE e Fed, la sfida sarà trovare un equilibrio tra il controllo dei prezzi e la salvaguardia dell’attività economica. Se l’inflazione continuerà a sorprendere al rialzo, nuovi aumenti dei tassi diventeranno più probabili. Tuttavia, la decisione finale dipenderà dall’evoluzione dei prezzi, dell’energia e della crescita. Per i mercati, il messaggio è chiaro: l’ipotesi di un rapido allentamento monetario si allontana e aumenta il rischio che il denaro resti costoso più a lungo del previsto.
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