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Tassi d'interesse: il quadro resta stabile, ma lo scenario si fa più complesso
La Fed adotta il terzo taglio consecutivo, ma potrebbe fermarsi prima del previsto se crescita e inflazione si rafforzassero. I mercati rischiano di anticipare troppo eventuali rialzi, mentre sullo sfondo cresce la tensione tra Casa Bianca e Fed, con timori per l’indipendenza dell’Istituto.
Le principali Banche Centrali procedono con passo cauto lungo un sentiero che, almeno per ora, privilegia la stabilità e – comunque – su un percorso già per buona parte scontato. Le variabili sono infatti molte, dal quadro geopolitico in continua evoluzione. Senza contare che, oltreoceano, si sta consumando un confronto aspro che rischia di intaccare l’indipendenza della Federal Reserve, la principale (e più influente) Banca Centrale al mondo.
La BCE monitora l’inflazione dei servizi
La BCE a dicembre ha lasciato immutati i tassi: decisione condivisa all’unanimità dal Consiglio direttivo. La Presidente, Christine Lagarde, ha ribadito che l’Istituto è in una ‘buona posizione’, perché l’inflazione è sotto controllo e il contesto macro non richiede interventi immediati. In altre parole, secondo Martina Daga, economista di AcomeA, le porte rimangono aperte sia a rialzi sia a tagli. Le nuove stime della BCE delineano un quadro leggermente più favorevole: per il 2026 prevede un Pil dell’area in rialzo dell’1,2%. La resilienza mostrata dall’economia nel 2025 è stata sostenuta dagli investimenti, in particolare quelli legati all’IA, e da un contributo dell’export superiore alle previsioni.
La BCE comunque riconosce che le tensioni commerciali potrebbero frenare l’export, rendendo i consumi privati il principale motore della crescita. Sul fronte dei prezzi, l’inflazione dei servizi è sempre un elemento di attenzione, perché rimane più sostenuta della media complessiva. Tuttavia, alcuni indicatori prospettici suggeriscono un possibile rallentamento della crescita salariale nei prossimi mesi, fattore chiave per l’evoluzione dei prezzi nel terziario. Più netta l’analisi di T. Rowe Price, secondo cui la BCE tenderà a guardare oltre eventuali segnali di debolezza del dato headline: l’inflazione persistente dei servizi riduce infatti la probabilità di nuovi tagli e mantiene invece vivo il rischio di un irrigidimento dei tassi, soprattutto se le pressioni fiscali in Germania dovessero tradursi in nuova inflazione.
E dalla Germania, osserva Tomasz Wieladek, economista di T. Rowe Price, arrivano però segnali incoraggianti dal punto macro, che rafforzano questa lettura: dopo una lunga fase di stagnazione, i dati su ordinativi e produzione industriale indicano un cambio di passo, trainato dalla domanda interna.
La Fed taglia, ma per Trump non è sufficiente
Negli Stati Uniti, il quadro non è meno articolato: dopo che la Fed lo scorso 10 dicembre ha tagliato (terza volta consecutiva) di 25 punti base i tassi, a 3,50-3,75%, le aspettative appaiono eccessivamente definite. Secondo gli esperti, infatti, se la crescita statunitense resterà solida e l’inflazione tornerà ad alzare la testa, la Fed potrebbe interrompere il ciclo di allentamento prima del previsto. Tuttavia, secondo Schroders, i mercati globali stanno iniziando a prezzare rialzi ‘troppo presto’. Lo scenario di base rimane quello di un atterraggio morbido dell’economia globale, con una frenata ordinata e un’inflazione generalmente favorevole. In tale contesto, il recente aumento dei rendimenti obbligazionari sta aprendo interessanti opportunità, soprattutto nell’Eurozona, dove non si prevede né un nuovo taglio né un rialzo dei tassi.
Politica BoE più accomodante, la BoJ decide invece di stringere
C’è infine da rilevare le politiche monetarie di Regno Unito e Giappone. Il 18 dicembre la Bank of England ha ridotto il tasso di riferimento di 25 punti, al 3,75%, perché le pressioni inflative si sono progressivamente attenuate e i rischi per la crescita economica sono aumentati. Di segno opposto la decisione della Bank of Japan, che ha lo ha alzato di 25 punti, allo 0,75%, il livello più elevato dal 1995. La BoJ ha giustificato la scelta richiamando una ‘moderata ripresa’ e un’inflazione core ancora sostenuta, pari al 3%, ben al di sopra il target del 2%. Il quadro generale resta dunque caratterizzato da equilibrio e incertezza, anche se sembra chiaro un messaggio: la fase di grandi movimenti sui tassi sembra alle spalle, ma la vigilanza resta alta.
Nel mentre, si fa aspro il confronto tra la Casa Bianca e la Fed, dopo il mandato di comparizione ricevuto dal Presidente, Jerome Powell (oggetto di pressioni di Trump per tagli più aggressivi). Molti banchieri centrali hanno espresso piena solidarietà a Powell (il cui mandato scadrà il prossimo maggio), preoccupati per l’indipendenza e per la perdita di credibilità dell’Istituto.
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