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Energia: nuovo ciclo in arrivo già prima della guerra in Iran
Negli ultimi anni, con pochi investimenti effettuati, sono diminuite le riserve e i progetti nel capo petrolifero. Dopo il 2026 sono previste poche espansioni della produzione. La crisi rafforza il tema della sicurezza energetica e potrebbe avviare un ciclo di investimenti, con aziende più solide.
Le conseguenze della guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran hanno sconvolto i mercati finanziari, con l’input partito con la chiusura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per circa il 20% del petrolio mondiale e una quota rilevante di gas naturale liquefatto. I mercati energetici, già sotto pressione, hanno reagito con un aumento dei prezzi che – secondo gli esperti - potrebbe accelerare nei prossimi mesi se la crisi non dovesse trovare una soluzione in tempi brevi. Il forte shock dell’offerta, in pochissimi giorni, ha fatto lievitare sia i prezzi del greggio (qualità Brent) di circa il 50% (fino ai nuovi massimi storici attorno a quota 120 dollari al barile), sia quelli del gas liquefatto (di oltre il 130%, a 72 euro/KWh da 31 euro/KWh).
Lo squilibrio tra offerta e domanda
Questa crisi, secondo Mark Lacey, responsabile strategie azionarie tematiche di Schroders, segna l’inizio di un ciclo di investimenti nel settore energetico. Su più fronti ci sono i presupposti. Da un lato, l’offerta di petrolio, gas ed elettricità è diminuita. Dall’altro, la domanda continua a crescere. Questo squilibrio potrebbe tradursi in maggiori utili per le aziende del comparto e in una ripresa dei titoli energetici in Borsa. Negli ultimi anni, però, il settore ha perso peso nei mercati: passato dal 14% circa ad appena il 3%. Dopo anni di investimenti poco redditizi, le aziende hanno ridotto la spesa e privilegiato la distribuzione di utili agli azionisti. Questa scelta ha reso i bilanci più solidi, ma ha anche rallentato lo sviluppo di nuove riserve.
Pochi progetti e pochi investimenti per il futuro
Le conseguenze sono comunque già visibili. La durata delle riserve di petrolio e gas si è ridotta: da una media di 14-15 anni all’inizio degli anni 2000 a circa 7-10 anni oggi. Inoltre, non si può trascurare che molti giacimenti maturi si stanno esaurendo e richiederebbero nuovi investimenti per mantenere i loro livelli produttivi. Anche sul fronte della crescita futura emergono limiti. Dopo il 2026, osserva l’esperto, sono previsti pochi nuovi progetti in grado di aumentare significativamente la produzione. La crescita fuori dall’OPEC sarà concentrata in Paesi come Brasile, Guyana e Canada, mentre negli Stati Uniti rallenta lo sviluppo dello shale oil, un tempo motore della rapida espansione dell’offerta (e dell’autonomia energetica d’oltreoceano).
Il tema della sicurezza energetica
Nel frattempo, osserva ancora Lacey, la domanda energetica continua ad aumentare, soprattutto per l’elettricità. Negli Stati Uniti si prevede una crescita annua del 2-3%, spinta dalla transizione energetica e dall’espansione dei data center legati all’intelligenza artificiale. Molti di questi impianti sono alimentati a gas, contribuendo a far salire ulteriormente i consumi. La crisi in atto in Medio Oriente rafforza inoltre anche il tema della sicurezza energetica, diventato centrale per molti Paesi. Le energie rinnovabili restano una soluzione importante e competitiva, grazie anche ai progressi nello stoccaggio delle batterie. Tuttavia, anche in questo settore esistono limiti di offerta che potrebbero rallentare la transizione ‘green’.
Le aziende del settore oggi sono più solide
Per gli investitori il quadro è chiaro: prezzi sostenuti, domanda in crescita e offerta rigida creano le condizioni per un ciclo favorevole al settore energetico. Tuttavia, secondo Lacy, lo sviluppo di nuovi progetti richiede anni, rendendo il mercato più vulnerabile a eventuali shock. In questo contesto, le aziende petrolifere appaiono comunque più solide rispetto al passato, con minore debito e più disciplina finanziaria. Se gli investimenti torneranno a crescere, il settore potrebbe così riconquistare spazio nei portafogli globali, sostenuto da utili in aumento e da un rinnovato interesse degli investitori. Dalla fragilità del sistema energetico globale, evidenziata dalla crisi nello Stretto di Hormuz, potrebbero dunque emergere nuove opportunità.