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Rivoluzione Pir
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Con la legge di Bilancio 2017, e dopo un lungo lavoro propedeutico di Assogestioni, sono stati lanciati in Italia i Piani Individuali di Risparmio, che rappresentano senza dubbio la novità più attesa sia nel mondo delle imprese sia nel settore del risparmio gestito.
Rifacendosi alle esperienze di Francia, dove esistono i Plan d’Epargne en Actions (Pea), del Regno Unito dove sono attivi da tempo gli Individual Savings Accounts (Isa) e degli Usa, dove i 401K sono da tempo una realtà consolidata, i Pir sono stati calibrati come strumenti a lungo termine che hanno principalmente l’obiettivo di orientare gli investimenti delle famiglie (che ammontano a circa 3 trilioni di euro) a sostegno della piccola e media impresa italiana, offrendo uno stimolo all’economia reale del paese, che senza una reazione significativa di questa tipologia di aziende rischia di continuare a crescere in maniera asfittica.
Secondo quanto previsto dalla legge di Stabilità 2017 i Pir sono dei contenitori che possono ospitare praticamente quasi tutti gli strumenti finanziari (azioni, obbligazioni, quote di fondi, derivati e anche liquidità). Rivolti esclusivamente alle persone fisiche, sono individuali e non sono ripetibili. Ciò significa che un singolo Pir non può essere sottoscritto da un’azienda, non è cointestabile e ne può essere sottoscritto solo uno a testa nella vita. I Pir non hanno una durata minima e massima, possono essere anche per tutta la vita. La legge però prevede un vincolo temporale minimo di 5 anni per garantire delle importanti agevolazioni fiscali.
I Pir offrono infatti un vantaggio fiscale sugli utili: in pratica, non si devono pagare le imposte su capital gain e rendimenti (12,5% sulle cedole e utili relativi a titoli di Stato e 26% su azioni e obbligazioni). Se al termine dei 5 anni dell’investimento non ci saranno utili, ma perdite, il risparmiatore dovrà rispettare le regole generali dei fondi per il credito di imposta.
I Pir prevedono un investimento massimo di 30 mila euro l’anno e il limite in 5 anni è fissato a 150 mila euro e hanno vincoli stringenti di investimento che premiano le piccole e medie imprese, ma lasciano la possibilità di impiegare almeno il 30% del portafoglio in qualsiasi strumento, compresi depositi e conti correnti in modo da avere una buona decorrelazione. In particolare: almeno il 70% del valore complessivo dei Pir deve essere investito in strumenti finanziari emessi o stipulati da imprese residenti in Italia o in Stati membri dell’Unione europea o in stati aderenti allo spazio economico europeo aventi attività stabile in Italia.
Di questo 70% almeno il 30% deve essere investito in strumenti finanziari emessi da imprese diverse da quelle inserite nell’indice FTSE Mib di Borsa italiana o in indici equivalenti di altri mercati regolamentati. La liquidità può arrivare al massimo al 30% per almeno i due terzi di ogni anno solare e il peso di un singolo emittente non può superare il 10% del portafoglio, liquidità in conto corrente compresa.
Vista l’importanza di questi strumenti, che ripetiamo, dovrebbero aiutare a favorire la crescita non solo delle imprese, ma dell’intero sistema-paese, nelle ultime settimane molte case di gestione hanno lanciato i loro strumenti Pir compliant e il mercato sembra aver reagito positivamente a questa iniziativa, veicolando abbastanza celermente ingenti patrimoni su questi strumenti.
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