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Affare Huawei, ormai è guerra fredda
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L’arresto della giovane erede della Huawei, Meng Wanzhou, ha fatto tornare in alto mare i rapporti con la Cina, dopo che nel vertice G20 di Buenos Aires sembrava che si andasse verso una normalizzazione dei rapporti. Apparentemente il comportamento dell’amministrazione americana è abbastanza contraddittorio e può fare pensare che dietro queste azioni di segno totalmente opposto ci sia una totale mancanza di visione coerente e che ogni giorno venga messa in atto una strategia diversa.
In realtà la situazione è molto più complessa: si può pensare che il presidente Trump stia sbagliando tutto nei confronti della Cina e di mezzo mondo che gli è ostile, ma in questa occasione gli analisti più attenti stanno cogliendo gli elementi di una politica molto chiara.
Innanzitutto al G20 non è stata sancita una pace tra Usa e Cina, ma semplicemente una tregua: i prossimi tre mesi vedranno una serie di incontri per stabilire se si può trovare un nuovo equilibrio commerciale tra Pechino e Washington e non è affatto scontato che si arrivi a un risultato finale soddisfacente per tutti. Ma, al di là di ciò, la guerra commerciale tra i due paesi è probabilmente il problema minore. L’attacco alla Cina è su tutti i fronti e ha il preciso scopo di fermare la Repubblica Popolare come potenza globale lanciata a diventare la realtà economica più importante della terra.
Minxin Pei, docente del Claremont McKenna college, uno degli osservatori più attenti della realtà cinese, afferma senza mezzi termini: «La guerra commerciale è poco più che una scusa e su questa questione un accordo verrebbe trovato facilmente dalle parti. Ciò che gli Usa vogliono è imbastire una strategia più dura per rallentare l’ascesa e lo sviluppo cinese a ogni livello, economico, finanziario, tecnologico e militare. Non si tratta di una strategia estemporanea e non è il frutto di un solo partito e tanto meno esclusivamente del presidente Trump. Per questo non esito a prevedere che nei prossimi anni fra Cina e Stati Uniti si svilupperà una nuova guerra fredda».
Un’altra conferma arriva da Salman Ahmed, chief investment strategist, e da Didier Rabattu, head of equities, di Lombard Odier Investment Managers: «Il rapporto tra Stati Uniti e Cina è forse l’elemento più importante a livello geoeconomico e geopolitico globale del nostro secolo. Negli ultimi mesi, con l’acuirsi delle tensioni commerciali tra i due paesi, sta diventando sempre più chiaro che lo scontro tra Usa e Pechino va oltre il commercio. Finora la Cina è riuscita a limitare le ripercussioni esclusivamente all’area commerciale, ma gli States stanno concentrando la loro attenzione su altri settori sui quali imporre i dazi. Sembra che attualmente a Washington non ci sia nessuno a favore di Pechino: repubblicani, democratici, la Casa bianca e persino le multinazionali stanno iniziando ad avere un atteggiamento ostile nei confronti della Repubblica Popolare».
Oltre a questi due pareri, emessi peraltro prima degli incontri di Buenos Aires e dello scontro sulla Huawei, altre decine di esternazioni simili sono arrivate dal mondo accademico e della finanza. In pratica molti sono convinti che si sia entrati in una fase di guerra fredda, con due blocchi che si contrappongono e che sono decisi a mettere in gioco anche i propri interessi immediati pur di ottenere ampie vittorie politiche sul lungo periodo.
Sul piano dei mercati poche cose possono essere più negative di uno scontro mondiale in un’epoca che è cresciuta grazie all’incremento dei consumi, alla libertà di commercio e all’entrata nel capitalismo di qualche miliardo di persone. E soprattutto non è affatto detto che Pechino stia a guardare le iniziative Usa senza prendere contromisure pesanti, anche a costo di danneggiare pesantemente la propria economia. Diciamo che per i mercati il 2019 non si presenta benissimo.
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